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giovedì 21 febbraio 2013

Invictus

"Out of the night that covers me,
black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
for my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
my head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
looms but the Horror of the shade,
and yet the menace of the years
finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
how charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul."

(William Ernest Henley, Invictus)

venerdì 25 maggio 2012

Ojos de Cielo



“Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri
mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno.
Mi si cancella il mondo e scopro il cielo
quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri.
Occhi di cielo, occhi di cielo,
non abbandonarmi in pieno volo.
Occhi di cielo, occhi di cielo,
tutta la mia vita per questo sogno...
Se io mi dimenticassi di ciò che è vero
se io mi allontanassi da ciò che è sincero
i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,
se io mi allontanassi dal vero.
Occhi di cielo...
Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse
e una notte buia vincesse sulla mia vita,
i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,
i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida.
Occhi di cielo...

lunedì 24 maggio 2010

Un varco tra le nubi

“Nel pieno della bufera si dimentica che esiste il sole e si teme che le tenebre domineranno il mondo ma il sole continua a splendere sopra le nubi nere e prima o poi i suoi raggi si aprono un varco per riportare la luce e la vita.”
(Valerio Manfredi, Lo scudo di Talos)

martedì 11 maggio 2010

Sei Tu davvero?



“SINDONE
Nel silenzio ti senti chiedere:

«Voi chi dite che io sia?»

Fuori è una giornata di primavera radiosa: un sole chiaro illumina in trasparenza le foglie degli alberi appena nate, color verde acerbo. Dentro il Duomo, è buio. Una penombra fitta accoglie il visitatore ancora frastornato dal primo caldo, e dal vociare della folla in piazza. Una penombra raccolta come un ventre materno, un altro mondo – silenzioso, tanto quanto fuori è rumore.

La sola luce è in fondo, al centro della navata. La sola luce è un grande rettangolo di colore oro pallido. La Sindone, eccola, a pochi metri da te. Dietro allo spesso cristallo a prova di ogni urto, di ogni fiamma, protetta come meglio la tecnologia degli uomini oggi può fare, come il più prezioso dei tesori. Ecco l’orma di quel corpo, e il volto, e le macchie più scure: il sangue. Zittisce per un momento la folla dei giornalisti e fotografi portati per primi in Duomo – zittisce come quando ci si trova davanti a qualcuno, e non a qualcosa. Poi, quasi subito, il mestiere riprende il sopravvento, gli operatori lottano per piazzare i cavalletti delle telecamere, i fotografi alzano sopra la testa le macchine e una raffica di flash illumina di bagliori le navate, come lampi in un temporale. C’è chi parla, chi registra e chi ricorda ai telespettatori che l’ingresso è gratis; chi telefona – soffocati squilli di cellulari dalle tasche. Quasi impossibile, per un migliaio di giornalisti, restare in silenzio per quel minuto chiesto dal cardinale Severino Poletto. Non siamo gente abituata al silenzio. Solo qualcuno di noi nella calca si isola, assorto, e a braccia conserte resta in contemplazione per lunghi minuti. Solo qualcuno, come adesso solo con sé stesso davanti all’ombra di quel corpo, di quel volto.

È un’ombra pallida, il volto, sull’originale, meno netto che nelle immagini ad alta definizione che tutti conosciamo. Occorre sapere e ricordare i racconti evangelici, occorre averli in testa, per ricostruire fra sé quei versi che ci sentiamo ripetere fin da bambini. Bisogna lasciarsi riecheggiare nel cuore la Passione testimoniata da Matteo, o dagli altri evangelisti. Quando è il momento di Pilato. L’ora della sentenza. «...Dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono attorno a lui tutta la coorte. E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: "Salve, re dei Giudei!" E gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percuotevano il capo».

Ecco su quel misterioso telo riemerso dal buio della storia nel quattordicesimo secolo in Francia, su quel telo che non può essere, per le sue caratteristiche fisiche, manufatto e su cui, come ha detto ieri il cardinale Poletto, «la scienza balbetta», i segni della Passione, come in uno specchio: ma in una inversione da negativo fotografico, dove l’ombra è chiara e la luce oscura, e a un primo sguardo superficiale la sagoma sembra evanescente, come appena tracciata da una emanazione di vapori. Occorre fermarsi, e far memoria del Venerdì Santo. Allora ecco prendono forma, sotto a uno sguardo attento, i segni di ciò che subì Gesù Cristo quel giorno. Ecco, sulla fronte, il sangue colato dalla corona di spine. E su una mano, evidente, il buco lasciato da un chiodo, e anche i piedi ugualmente trafitti. Sul lato del dorso ecco le impronte della flagellazione sulle spalle, e sulla nuca, pure, le tracce delle spine di una corona di rovi – a irridere un re martoriato e moribondo. Ecco, sul costato, la macchia larga, come di un colpo di lancia inflitto nel costato. Qui almeno la scienza dice qualcosa di preciso: quel sangue è di cadavere, l’uomo della Sindone era già morto quando fu provocata la ferita – mentre il sangue in corrispondenza dei chiodi e delle spine, è sangue di vivente. La corrispondenza coi Vangeli è assoluta («segno tragico e illuminante della Passione», disse Giovanni Paolo II della Sindone).

E mentre riconosci, e quasi tocchi con lo sguardo questa impressionante analogia, ti si fa dentro come un ulteriore silenzio – attonito, commosso. Sei tu, dunque, sei tu davvero? Come riconoscendo dopo l’eternità un volto tanto a lungo cercato. E poi, immobile ancora lì davanti, ti riecheggia in testa il Vangelo di Giovanni: «Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro al mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro». La grande pesante pietra che Giuseppe d’Arimatea aveva fatto porre davanti alla tomba – come se la storia fosse, con la morte di quell’uomo, finita. E invece, rotolata la pietra, scoperchiata la tomba: là dentro Pietro trovò soltanto i teli.

Il sudario. Questo, che andiamo a contemplare in forse due milioni, in processione, duemila anni dopo? Quando hai ritrovato tutte le corrispondenze e i segni su quel lenzuolo, lo puoi guardare infine nella sua completezza. È l’immagine di un uomo torturato e massacrato, di un uomo straziato dalla violenza, come milioni di uomini e donne e bambini nella storia. È, quel sudario, icona di noi («la carne di Cristo è carne nostra», disse san Leone Magno). Ma, non c’è traccia di corruzione e disfacimento sul quel corpo. Come se l’uomo della Sindone non fosse sceso nella morte, non ne fosse stato preso e catturato giù, nel suo abisso. Esci dal buio del Duomo al sole di aprile, e hai ancora quel volto davanti agli occhi. Come se ancora insistentemente chiedesse a chi lo va a contemplare: e voi, chi dite che io sia?”
(Marina Corradi)

domenica 28 febbraio 2010

28 Febbraio 2010

Il pensiero va indietro negli anni..
alle aspettative, i desideri, i sogni di un tempo..
chi non li ha sul proprio futuro?
Il pensiero torna al presente..
tutto è così diverso da come te lo eri immaginato anni fa!
Eppure
tutto quello che hai vissuto
gioie e dolori
luce e buio
tutto..
è esattamente ciò di cui avevi bisogno
per essere oggi quella che sei.
Ora lo vedi.
E ringrazi..
anche per quelle cose che ancora non capisci,
ma che sai intessere la trama di quel capolavoro di Dio
che è anche la tua vita.
Auguri zi!


venerdì 26 febbraio 2010

Vale di più rialzarsi che arrivare in cima

“Forse il segreto è cadere, non far di tutto per evitarlo. Agyness Deyn insegna. Due metri di gambe e venti centimetri di tacchi in sfilata. E patapum, la bella modella dal caschetto nero, un tempo cresta platino, frana sulle passerelle. Succede di continuo, succede più spesso da quando va di moda avere la Tour Eiffel sotto ai piedi al posto di un paio di normali scarpe. Eppure Agyness ha sorriso, si è rialzata, è inciampata di nuovo e alla fine si è levata le sculture tra gli applausi. Perché è così che si fa. Si sbanda e ci si rimette in strada. Si sbaglia e si corregge l’errore. Si frana e si costruisce qualcosa di più forte, reale e duraturo.
Chi molla fa la fine di Alexander Mc Queen che aveva trovato il modo per stare sopra alla propria depressione, disegnare scarpe alte 30 centimetri, identiche alla corazza di un Armadillo. Ma poi, alla prima difficoltà, è franato e non si è più rialzato. Per quanto dolorosa, la morte di una mamma va superata, a 40 anni almeno. Lui non ce l’ha fatta perché deve avere visto le tenebre e nel buio dell’infelicità non si vive bene, anzi non si vive proprio.
Allora il segreto che tutti inseguono non è nel successo e neanche nella ricchezza. Mc Queen aveva entrambe le cose, ma il suo cuore era vuoto. Anche Tom Ford si è sentito così quando ha lasciato Gucci eppure ha cercato un’altra strada e l’ha trovata in un film. Ricchi o poveri, belli o brutti, soli o in coppia, giovani o anziani, una cosa in comune ce l’hanno tutti. Ogni tanto si spegne la luce. Ogni tanto si frana. Una, dieci, sedici volte. E allora scopri che vale di più rialzarsi da terra che arrivare in cima.”
(Anna Savini, La star che cade impara la lezione,
dal quotidiano La Provincia del 17 Febbraio 2010)

venerdì 23 ottobre 2009

Se Dio esiste, da dove viene il male?

«Oggi vi dimostrerò che se Dio esiste, è malvagio! Dio ha creato tutto ciò che esiste? Se Dio ha creato tutto, dunque ha creato anche il male. Questo significa che Dio è malvagio!»
«Mi scusi professore. Esiste il freddo?»
«Che tipo di questione è mai questa! Certo che esiste! Non hai mai avuto freddo?»
«Infatti signore, il freddo non esiste. In accordo con le leggi della fisica quello che noi chiamiamo freddo in realtà è assenza di calore. Professore, esiste il buio?»
«Certo che esiste!»
«No, sta sbagliando signore. Anche il buio non esiste. Il buio in realtà è assenza di luce. La luce possiamo studiarla, il buio no. Il male non esiste. E' come il buio e il freddo. Dio non ha creato il male. Il male è il risultato di ciò che accade quando l'uomo non ha l'amore di Dio nel suo cuore.»
Albert Einstein (1879-1955)