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martedì 1 aprile 2014

Diventare mamma e papà: due più uno... non è un'addizione!

"[...] c'è qualcosa in più nel diventare genitori. Avere un figlio non unisce la coppia, come recitano molti luoghi comuni. E' un percorso di crescita personale e a due che comporta un impegno costante, un perenne mettersi in discussione. La stanchezza che un bambino piccolo causa continuamente gioca brutti scherzi, tira fuori i lati peggiori del reciproco carattere. Il mantra da ricordarsi in questi momenti è: 'Poi passa'.
Una donna che tenta da un'ora e mezza di far mangiare il bambino ha l'insulto facile. Se poi sente l'uomo che osa lamentarsi di essere stato tutto il giorno al lavoro, insieme a persone adulte che mangiano da sole, a parlare di argomenti che non siano pappe e creme da culo... Beh, il vaffa mette il pilota automatico.
Però c'è lui: il bambino. C'è la consapevolezza di aver creato insieme una meraviglia. Una persona. Una vita. Un esserino che è un erogatore incessante di sentimenti, che vi ama incondizionatamente, che si appoggia completamente a voi. E' un legame che va al di là di tutto, che dà un senso molto più profondo al semplice 'stare insieme'. Siete i pilastri sui quali si appoggerà per costruire se stesso. La sensazione di avere tra le mani la sua vita rende il legame a due completo, necessario. Essere felici allora diventa qualcosa di più di un desiderio egoistico, è una sorta di dovere verso di lui. Più felicità ha intorno, più ne assorbe, più sarà allenato a riconoscerla e a perseguirla.
Credo sia questa la consapevolezza che accompagna la coppia dopo un figlio. Sapere che due più uno non è un'addizione, ma una moltiplicazione. Di amore. Di cose belle."

(Chiara Cecilia Santamaria, Quello che le mamme non dicono)

sabato 24 settembre 2011

Mamma e manager

“[...] abbiamo intervistato una donna che certamente ha le carte in regola per parlare del conflitto famiglia – lavoro, se di conflitto si può parlare.

Classe 1960, nazionalità francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco Clara Lejeune è amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e  madre di nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.

«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».

Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».

Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo “chi non ha una vita complicata?” anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico “I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta”. Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».

Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926 -1994),  medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down, Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.

«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva “Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi”. Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».

«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard ed uscito in Francia nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, ha progetti diversi e più grandi dei nostri».”


giovedì 23 giugno 2011

La strada per la felicità?

“Non esiste
la strada
per la
felicità...
la STRADA
è la FELICITA’!”

(dP)

sabato 11 dicembre 2010

L'estate dell'amore

“Nell’estate dell’amore realizziamo che il nostro partner non è perfetto come pensavamo e che il rapporto di coppia ha bisogno di cure. Non solo il nostro partner viene da un altro pianeta, ma è un essere umano con i suoi limiti e i suoi errori.
Sorgono così frustrazioni e delusioni; le erbacce devono essere sradicate e le piante hanno bisogno di dosi supplementari di acqua per non avvizzire sotto il sole. Dare e ricevere amore non è più così facile. Scopriamo che non siamo sempre felici e che non sempre ci sentiamo ben disposti. La realtà non è all’altezza delle aspettative.
A questo punto molte coppie cadono preda della disillusione. Non vogliono lavorare per costruire un rapporto sano e irrealisticamente desidererebbero che fosse sempre primavera. Biasimano il loro partner e rinunciano alla lotta. Ciò che non capiscono è che l’amore non è sempre facile; a volte per tenerlo vivo bisogna faticare sotto un sole incandescente. Nella stagione estiva dell’amore, dobbiamo prestare la massima cura alle necessità del nostro partner e, al tempo stesso, chiedere e ottenere l’amore di cui abbiamo bisogno. Nulla di tutto questo avviene automaticamente.”

(John Gray, Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere)

segue..

lunedì 23 agosto 2010

Essere innamorati

“Sebbene Cristina ora occupasse più che mai i suoi pensieri, tutto il contesto di questi pensieri aveva cambiato carattere. Non si sentiva più sperso, ma felice, ilare, pieno di speranza. Il cambio di prospettiva si rifletté nel suo lavoro. Era abbastanza giovane per poter creare di sana pianta nella sua fantasia una situazione, costante, nella quale Cristina lo osservava nell'atto di esercitare la sua professione, rilevava la diligenza del suo metodo, lo scrupolo dei suoi esami, lo lodava per la meticolosa accuratezza delle sue diagnosi. Quando sentiva la tentazione di sbrigare una visita, di arrivare ad una conclusione senza aver auscultato il petto del paziente, la respingeva pensando: "Dio, no! Cosa penserebbe Cristina se mi vedesse!"”
(A.J.Cronin, La cittadella)

giovedì 29 luglio 2010

Sforzo e soddisfazione

“«Sai, ho pensato tante volte, se noi due avessimo dovuto passare la vita in una casupola da minatori, con la sola camera da letto e la cucina, avremmo quadrato alla perfezione. La gran vita non fa per noi. Sono immensamente felice di poter essere di nuovo la moglie di un lavoratore.»
Lui, mangiando, ascoltava col sorriso, e si sentiva a poco a poco rinfrancare. Lei seguitò, gomiti sul tavolo e mento tra le mani: «Sai, ho pensato a tante cose in questi ultimi giorni. Prima, avevo la mente ostruita, anchilosata. Ma appena ci siamo rimessi d'accordo tutto m'è parso così chiaro. E' solo quando le cose che vogliamo ottenere richiedono da parte nostra un grave sforzo che diventano preziose. Quando ti cadono in grembo non danno soddisfazione. Ricordi ad Aberalaw, quando incontravi tante difficoltà... Adesso, mi pare che tutto ricominci, per noi. E' questa, la vita che ci vuole per noi due. E sono tanto felice!»
«Davvero, Tina? Fa piacere sentirti parlare così.»
Ella lo baciò. «Mai stata in tutta la mia vita più felice che in questo momento.»”
(A.J.Cronin, La cittadella)

martedì 27 luglio 2010

Felicità

“Più che mai Andrei riconobbe che la felicità è uno stato interiore, totalmente spirituale, indipendente - checché ne pensino i cinici - dal possesso di beni terreni. Per tutti quei mesi, durante i quali aveva lottato per conquistare posizione e ricchezza, e conseguendo successi in tutte le direzioni, si era immaginato di essere felice. Ma non lo era stato.”
(A.J.Cronin, La cittadella)

martedì 16 febbraio 2010

Tempo per...

“Trova il tempo di riflettere,
è la fonte della forza.
Trova il tempo di giocare,
è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere,
è la base del sapere.
Trova il tempo d'essere gentile,
è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare,
è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo d'essere contento,
è la musica dell'anima.
Trova il tempo di amare,
è la vera gioia di vivere.”

(Antica ballata Irlandese)

martedì 2 febbraio 2010

B come Bellezza

“[...] ogni essere umano, anche il più derelitto e misero, ha in sé la capacità d'amare, che rende inevitabilmente bello tutto ciò che viene compiuto in suo nome. Ogni uomo ama ed è amato. E solo per il fatto che, se non fosse mai esistito, le altre persone sarebbero private del suo amore e, contemporaneamente, della possibilità di donare il loro, ciascuna persona (al di là della piacevolezza fisica) è da considerarsi bella.

Ricercare la Bellezza equivale a ricercare l'Amore, perchè ogni cosa bella nasce dall'amore di qualcuno che ha impiegato se stesso con dedizione per realizzare qualcosa che rendesse felici i suoi simili. Se sapremo e vorremo ricercare la Bellezza in ciò che ci circonda riusciremo a vedere tutto con occhi nuovi, che ci permetteranno di cogliere anche nelle piccole cose una bellezza nascosta, ma che, soprattutto, ci indurranno ad amare con semplicità e senza sosta.”

domenica 17 gennaio 2010

Tutta la felicità della vita

«Il male? Il male?» rispose Pierre. «Noi tutti sappiamo cosa è male per noi.»
«Sì, noi lo sappiamo; ma quel male che conosco tale per me, io non lo posso stabilire in un altro uomo» - ripeté il principe Andrea, animandosi sempre più e desiderando evidentemente di manifestare a Pierre la sua nuova maniera di vedere le cose. Egli parlava in francese. «Je ne connais, dans la vie, que deux maux bien réels: c’est le remords et la malarie. Il n’est de bien que l’absence de ces maux.* Vivere per sé, evitando soltanto questi due mali: ecco la mia saggezza di adesso.»
«E l'amore del prossimo, e l’abnegazione di sé? » cominciò a dire Pierre. «No, io non posso consentire con voi! Limitarsi a vivere in modo da non commettere il male, per non avere a pentirsi, è ben poca cosa. Io vivevo così, vivevo per me e ho sciupato la mia vita. E soltanto ora, quando vivo, o almeno mi sforzo» Pierre si corresse per modestia «di vivere per gli altri, soltanto ora ho compreso tutta la felicità della vita. No, non sono d'accordo con voi, ma anche voi non pensate quello che dite.»

*Io non conosco nella vita che due veri mali: il rimorso e la malattia. E il bene non è che l'assenza di questi mali.

(Lev Tolstoj, Guerra e pace)

martedì 29 dicembre 2009

Avere pazienza

“In occasione di un pranzo di gala il cardinale tedesco Michael von Faulhaber (1869-1952) venne a trovarsi accanto al celebre Albert Einstein (1879-1955). A un certo punto, durante la conversazione, lo scienziato si rivolse all’uomo di Chiesa: «Cosa direbbe, eminenza, se noi matematici con un procedimento inconfutabile dimostrassimo che Dio non esiste?». Il cardinale: «Con pazienza aspetterei il momento in cui scoprirete il vostro errore».
Tutti noi siamo costretti ad aspettare con pazienza. Non solo davanti a qualche sportello, ma anche e soprattutto nella vita. Aspettiamo l’autobus o il treno, il postino o il medico; aspettiamo che ci servano al ristorante, che arrivi la pioggia o il sole, una buona notizia, una telefonata, una parola di conforto. Soprattutto, restiamo in attesa della felicità.
Chi non sa aspettare rischia di fallire uno scopo, va incontro a inutili difficoltà, si lascia sfuggire più di una buona occasione, deve chiedere cento volte scusa per certe azioni affrettate e sconsiderate [...].
Davvero, tutti dobbiamo vivere di pazienza! Pazientare, saper attendere è un inconfondibile segno di maturità. La persona paziente esprime serena padronanza di sé. Sa che ad ogni inizio le cose non rivelano ancora tutte le loro future possibilità di sviluppo, e tanto meno il risultato finale. Per questo non cede facilmente allo sconforto, a dispetto di tutte le incertezze e difficoltà che la vita può presentare. Avanza passo dopo passo, sfrutta ogni residua possibilità, si nutre di moderato ottimismo...
[...]
La pazienza è un’arte, una virtù da apprendere e praticare.”

(Reinhard Abeln)

martedì 24 novembre 2009

"Mille piccoli atti d'amore"

“Rachel non era mai più felice e raggiante di quando sedeva a capo della sua bella tavolata. Perfino nel modo con cui passava un piatto di focacce o una tazza di caffè c’era qualche cosa di così materno, di così affettuoso, che sembrava ella trasfondesse uno spirito d’amore nel cibo e nella bevanda che offriva.
Per la prima volta Gorge sedeva da pari a pari alla tavola di un bianco; vi si accostò quindi con peritanza e imbarazzo, che subito però dileguarono come nebbia mattutina ai raggi benefici di quella cordialità semplice e schietta.
Quella sì che era una «casa»: e Gorge che non conosceva ancora il significato di quella parola, si accorgeva che un nuovo senso di fede in Dio e di fiducia nella Provvidenza cominciava ad avvolgere il suo cuore di una nube d’oro di speranza e d’amore; i suoi neri e deleteri dubbi di misantropo e d’ateo, la sua atroce disperazione, dileguavano come nebbia mattutina alla luce di quel Vangelo in azione, spirante dai visi affettuosi che lo circondavano, predicato da mille piccoli atti d’amore che, come il bicchier d’acqua offerto in nome di un apostolo, non mancheranno di avere la loro ricompensa.”

(Harriet Beecher Stowe, La capanna dello zio Tom)

venerdì 9 ottobre 2009

Felicità piena

"Paolina riceveva tutte le mie confidenze intime, e gettava luce su tutti i miei dubbi. Una volta mi meravigliavo che il Signore non dia gloria uguale in Cielo a tutti gli eletti, e temevo che non tutti fossero felici; allora Paolina mi disse di andare a prendere il bicchiere grande di Papà e di metterlo accanto al mio piccolissimo ditale, poi di riempirli di acqua tutti e due; e mi domandò: «Quale è più pieno?». Le risposi che erano pieni tutti e due, e che non si poteva mettere più acqua di quanta ne potevano contenere. La mia cara Madre mi fece capire così che il buon Dio dà in Cielo ai suoi eletti tanta gloria quanta possono riceverne, e che l'ultimo non avrà niente da invidiare al primo."

(Teresa di Lisieux, Storia di un'anima)

domenica 27 settembre 2009

"Passo dopo passo"

"Mi trascino in avanti, voglio vedere per la prima volta i dintorni del Lager - o meglio: vederli per la prima volta da uomo libero. Vado così nella natura, nella libertà. «Nella libertà», mormoro, rimuginando queste parole; ma non riesco semplicemente a capire. La parola libertà era troppo logorata dai nostalgici sogni di lunghi anni e il concetto troppo pallido; confrontato con la realtà, si dissolveva. La realtà non penetra ancora nell'intimo della coscienza: non la si può comprendere bene.
Arrivo in un prato. Qui vedo fiori sbocciati. Ne prendo atto, ma nulla giunge «al sentimento». La prima piccola scintilla di gioia scocca quando noto un gallo; le penne della sua coda hanno colori meravigliosi. Ma è solo una scintilla di gioia; non partecipo ancora del mondo. Siedo all'ombra di un castagno, su una panchina; Dio sa qual è l'espressione del mio volto. In ogni caso, il mondo non provoca ancora nessuna impressione.
La sera, quando i camerati affluiscono di nuovo alla vecchia capanna di terra, si ritrovano, s'interrogano a vicenda, furtivamente: «Tu, dì un po' - sei stato felice oggi?». E si confessano - pieni di vergogna, perché non sanno ancora che a tutti è andata così - «Onestamente: no!». Avevamo letteralmente dimenticato la gioia e dovevamo prima riimpararla.
[...]
Passano giorni, molti giorni, finché si scioglie non solo la lingua, ma qualcosa all'interno. Allora avvertiamo che una breccia si è aperta nella barriera, quello strano ostacolo dal quale tutti eravamo fino allora impediti. Poi, un giorno, qualche tempo dopo la liberazione, cammini in aperta campagna, per chilometri e chilometri, attraverso prati fioriti, fino alla borgata nelle vicinanze del Lager. Allodole s'alzano in volo, si librano in alto; senti risuonare il loro canto e la loro gioia, là in alto, nello spazio infinito. Non c'è nessuno, lì vicino, intorno a te, vi sono vasti campi e il cielo e il canto delle allodole e l'infinito. Allora non prosegui più in questo infinito, ti fermi, ti guardi intorno e volgi gli occhi verso l'alto e cadi in ginocchio. In quest'attimo non sai molto di te, né del mondo; senti in te una frase sola, e sempre quella, ripetuta: «Dal profondo chiamai il Signore ed Egli mi rispose dai liberi spazi» (Sl 118,5). - Quanto tempo sei rimasto là, in ginocchio, quanto spesso hai ripetuto questa frase - il ricordo non può dirlo... Ma in questo giorno, in quest'ora, è cominciata la tua nuova vita, e tu lo sai. Passo dopo passo, non altrimenti, penetri in questa nuova vita, ridiventi uomo."

(Viktor E. Frankl, Uno psicologo nei lager)

domenica 20 settembre 2009

Wedding

"Il segreto della felicità coniugale è racchiuso nelle cose quotidiane, e non in fantasticherie. Consiste nel saper scoprire la gioia intima del ritorno al focolare, dell'incontro affettuoso coi figli; nel lavoro di ogni giorno a cui collabora tutta la famiglia, nel buonumore dinanzi alle difficoltà, che vanno affrontate con spirito sportivo; ed anche nel saper approfittare di tutti i progressi offertici dalla civiltà per rendere la casa accogliente, la vita più semplice, la formazione più efficace. [...]
Non smetto mai di dire, a quanti sono stati chiamati da Dio a formare una famiglia, che si amino sempre, che si amino con l'amore appassionato di quando erano fidanzati. Che povera idea ha del matrimonio - che è un sacramento, un ideale e una vocazione - colui che pensa che l'amore finisce quando iniziano le pene e i contrattempi che la vita porta sempre con sé. E' proprio allora che il legame di affetto si rafforza. La pena delle tribolazioni e delle contrarietà non è capace di spegnere il vero amore: unisce di più il sacrificio generosamente condiviso."
(Josemaría Escrivà, Colloqui)

sabato 5 settembre 2009

Felicità e vita quotidiana

"Se vogliamo essere felici dobbiamo essere realisti. Probabilmente non vinceremo mai alla lotteria né conosceremo l'ammirazione del mondo intero. La nostra vita è così normale che non passeremo alla storia né il nostro nome verrà ricordato nel corso dei secoli. Perciò non dobbiamo puntare lo sguardo sulle cose straordinarie, ma sulla quotidianità, su quel che accade giorno dopo giorno. Su questa linea, santa Teresa affermava che Dio lo si trova tra le pentole [...]"

(Julia Sanz, Soprattutto la felicità, in Fogli n. 323/24)

martedì 1 settembre 2009

Il paradosso della vera amicizia

Amicizia vera tra due persone è quella in cui ognuno dei due si dona all'altro, per aiutarlo ad essere migliore di quanto già non sia e diventando in ciò migliore egli stesso.

"Un paradosso, questo della propria felicità ottenuta cercando la felicità dell'amico? Può darsi, ma la bellezza dell'amicizia è anche questa: imparare a vivere - ad abitare quasi - nel paradosso, senza smettere un istante di stupirsi."
(Alessandro Zaccuri, L'amicizia, in Fogli n. 118/19)

sabato 29 agosto 2009

I ricordi e la strada che è davanti a noi

"Figlio mio, - disse - dietro di noi non lasciamo dei ricordi, ma soltanto cose. I ricordi li portiamo dentro di noi, nel nostro cuore, sono brani della nostra vita e appartengono alla nostra persona e a Dio. Le cose possono essere tutt'al più un richiamo ai nostri ricordi, ma non possono diventare brandelli della nostra persona o della nostra vita. Le cose sono entità morte, e ci tengono attaccati al passato, al tempo che non c'è più; i ricordi invece sono nostri compagni di viaggio, camminano con noi e ci raccontano continuamente l'amore di Dio. Le cose ci fanno camminare con la testa rivolta all'indietro, i ricordi ci spingono a guardare alla strada che è davanti a noi, quella che porta scritto il nostro nome e conduce alla felicità."

(Ferdinando Rancan, In quella casa c'ero anch'io)

L'importante è non vivere sempre e solo di ricordi:

"vivere di ricordi non è un buon segno; è segno di vecchiaia o di poca libertà interiore"
(Ferdinando Rancan, idem)